giovedì, novembre 19, 2009

1989. Cecoslovacchia on the road

Tra Moravia e Boemia (fotowalkingclass)

Per un occidentale in viaggio nella Cecoslovacchia ai tempi del Muro, il socialismo reale era un treno vecchio e scalcagnato, dipinto di verde con la vernice mangiata dalla ruggine, i sedili di plastica rattoppati e un puzzo di umido e di vecchio che non suscitava malinconia. Lento come un’antica carovana berbera, s’inerpicava a quaranta all’ora per le verdi colline boeme, ruminando strada ferrata sfregando rumorosamente sulle rotaie e portando con sé un carico umano tanto vario quanto ammutolito. Dignitosi vecchietti dai vestiti poveri e lisi, anziane mogli infagottate in vesti dimesse, giovani fasciati in jeans dal colore troppo sbiadito, vietnamiti dall’aria triste intenti a stappare bottiglie di birra calda facendo scorrere a tutta velocità la parte superiore del finestrino [... pubblicato su il Riformista, in lettura su East Side Report].

domenica, novembre 15, 2009

Danzica: dimenticare Solidarnosc

Danzica, il waterfront come sfida per il futuro (fotowalkingclass)

Il mito è stanco. Come una grande balena spiaggiata, l’ammasso di ferro e ruggine che costituisce i cantieri navali di Danzica emette sbuffi e rumori che giungono attutiti come un suono sordo e metallico. Aggrappati alle inferriate del cancello numero 2, dove Lech Walesa si arrampicava durante gli scioperi del 1980 per raccontare alle famiglie degli operai all’esterno gli sviluppi delle trattative sindacali, lo sguardo penetra verso quelle gru e quei capannoni che incubarono la rivolta che cambiò il volto dell’Europa. La balena combatte la sua ultima battaglia per la sopravvivenza. Il simbolo della lotta operaia al regime comunista rischia di non resistere alla dura legge del mercato, a quel cinico e competitivo mare liberista che aveva così strenuamente agognato. L’acqua dolce del capitalismo non sembra fatta per questo cetaceo d’acqua salata. Per due volte i guardacoste della nuova Europa l’avevano data per morta. Per due volte ha provato a resuscitare. Questa è l’ultima, quella decisiva.

Gli operai non demordono, non ancora, nonostante il futuro si annunci diverso da quello sperato venti anni fa. Loro sono in gran parte ancora polacchi, mentre proprietà e managment descrivono uno spaccato delle trasformazioni che hanno attraversato l’ex Europa orientale in questi anni: i proprietari sono gli ucraini della Donbas che controllano i cantieri attraverso la ISD Polska, il direttore è il bulgaro Boshidar Metschkow, che si è fatto le ossa modernizzando impianti simili nell’ex Germania Est. Nel braccio di ferro con la Commissione Europea, per il momento l’hanno spuntata loro, anche se hanno dovuto mettere mano a un pesante piano di ristrutturazione per poter mantenere gli aiuti statali che erano arrivati da Varsavia. Prima di tutto gli operai, destinati a scendere dagli attuali 2150 a 1900. Poi le strutture: delle sette gru ne resteranno in funzione tre, dei due scali di costruzione ne rimarrà uno. Quindi la produzione: ridotta in modo da raggiungere l’equilibrio economico, riqualificata nella costruzione di navi ipertecnologiche, e diversificata attraverso la costruzione, all’interno dei suoli appartenenti ai cantieri, di una fabbrica per gli impianti di energia eolica.

Tecnologia ecologica per superare la crisi, inseguendo il sogno che viene dalla Germania e ora, forse, anche dall’America di Obama. Intanto qualcosa, in questo strano anno di crisi economica e finanziaria, è già accaduto: per la prima volta dopo decenni i cantieri di Danzica hanno fatto registrare un guadagno. Presto per dire che i tempi bui sono alle spalle, anche perché il freddo della ristrutturazione deve ancora arrivare. Per completare l’operazione, tra pensionamenti e prepensionamenti, si stima almeno un anno e mezzo. Non sarà un passaggio indolore, anche se il sindacato – ancora Solidarnosc – sembra essersi rassegnato, intravedendo almeno una luce in fondo al tunnel. Il futuro è stato così incerto che non pare vero possa cominciare a prendere contorni definiti.

Il resto, qui, parla ancora di memoria. Il cancello numero due sembra un altarino della rivoluzione dimenticata. Bandiere polacche, stendardi d’epoca di Solidarnosc, bandiere vaticane, santini di Papa Wojtyla, della Madonna nera di Czestochowa e, per aggiornare l’armamentario, anche uno di Papa Ratzinger. Il leggendario chiosco della signora Olzewska, custode di gadget e cimeli, trasmette anch’esso un’aria di mestizia, proprio come il bar di fianco, piccolo e buio, dove i pochi operai spendono frettolosi il loro tempo libero temperando il grande freddo nei vapori di un cappuccino. Negli anni Ottanta la balena impiegava ventimila lavoratori ed era tutta un’altra vita. Nella grande piazza aperta a ogni vento, le tre croci alte e scure, monumento ai caduti dei primi scioperi del 1970, sibilano al vento gelido del Baltico. La pioggia batte contro le targhe commemorative, i bassorilievi di uomini e donne in lotta, le frasi simboliche del poeta Czeslaw Milosz, i lumini spenti e i fiori e le corone sparse dappertutto. È la tradizione martirologica dei polacchi che ha costruito questo sacrario. Da qui è difficile staccarsi e immaginare le pale meccaniche che raccoglieranno l’energia eolica del futuro. Eppure bisognerà pensare di consegnare tutto questo al museo della storia e aprire un’altra pagina. Il museo, peraltro, già c’è. È a pochi passi, in un sotterraneo forse un po’ scomodo ma ricco di descrizioni, di altri simboli e di filmati multimediali che ravvivano la gloria della città ribelle, aiutano a non dimenticare, conservano lo spirito ruvido e libero di una popolazione combattiva.

Fuori, la città comincia a pensare al suo nuovo ruolo sganciato dal predominio dell’industria. E lo fa partendo sempre dai cantieri. Una parte del suolo è stata già venduta a investitori immobiliari che vorrebbero ristrutturarlo e ridisegnarlo per trasformare la faccia di questa area che si specchia sul fiume che porta al mare. È la scommessa del waterfront, la città d’acqua, sogno e destino di tutte le antiche città portuali che cercano una nuova via nei tempi liquidi del nuovo secolo. Altrove ha funzionato, anche qui sullo stesso mare: Stoccolma, Copenhagen, Helsinki, Tallin, più a ovest Amburgo. I docks trasformati in abitazioni, filarmoniche, teatri, centri culturali, passeggiate, spazi espositivi. Dotare Danzica di nuovi contenuti culturali non dovrebbe essere impresa impossibile. Qui è nato il Nobel tedesco Günter Grass, qui la storia ha intrecciato i destini di popoli diversi che hanno convissuto e si sono scontrati, descrivendo parabole non banali del Novecento. Una parte dei vecchi capannoni sono stati occupati da artisti, furbescamente attirati dai signori dell’immobiliare per dimostrare che i loro progetti non contemplano solo speculazione edilizia. Dove rimbombava il suono dei martelli e delle chiavi inglesi si sentono oggi i passi della scuola di danza “Tranquilo”, dove strideva il sibilo delle saldatrici ora si ascolta il fruscio dei pennelli del gruppo “Synergia 99”, dove rombava il frastuono delle eliche ora impazzano i ritmi della rock band “Lipali”. La nuova generazione non si scalda con la memoria del passato, se questa rischia di incrostare la speranza nel domani, paralizza i progetti e diffonde malinconia. I caffè si moltiplicano nei vicoli acciottolati della città vecchia, gli atelier artigianali inseguono la crescita del flusso turistico, arrivano gli americani e anche i tedeschi alla ricerca dell’Ostpreussen perduta.

Tedeschi e polacchi, i vicini ritrovati. Il loro incrocio ha segnato le pagine più belle e più tragiche della storia di questa regione. Ma oggi i due popoli sono cambiati, l’Europa ha gettato il suo balsamo sulle tensioni di un tempo e proprio qui, come a Wroclaw che una volta si chiamava Breslau, il nodo di un rapporto interrotto torna a riallacciarsi, oltre le polemiche di cui si ciba la politica a Varsavia. È l’opportunità che Danzica non deve farsi sfuggire, quella di crederci, di immaginarsi capace di vivere a pieno il suo tempo smettendo di torcere la testa all’indietro.

Pubblicato su Il Riformista.

mercoledì, novembre 11, 2009

Berlino 1989. The day after, tutti al KaDeWe

Berlino, Kaufhaus des Westens, la vetrina dell'occidente (fotowalkingclass)

La notte è trascorsa inseguendo una scia infinita di bollicine di spumante. Ma la sbornia non è passata. Il day after si apre all’insegna dell’incredulità. Tutti vogliono sapere se quel che è accaduto ieri è un sogno o davvero realtà. Un pallido sole regala una mattinata linda e tiepida, una di quelle giornate di fine autunno che rigettano indietro i timori per l’inverno che verrà. Davanti alla porta di Brandeburgo, le troupe televisive americane che hanno inondato il mondo con le immagini dei giovani che danzavano sul muro di Berlino ripiegano microfoni e telecamere. In attesa che Peter Arnett diventi famoso nella prima guerra del Golfo, la star di quei giorni è Tom Brokaw della catena NBC. L’alba è spuntata da poco e il reporter chiude l’interminabile diretta con tre domande: «La guerra fredda è finita, mio Dio, cosa abbiamo ora davanti a noi? Come si proseguirà? Che cosa accadrà?» [... pubblicato su Il Riformista, in lettura su East Side Report].

martedì, novembre 10, 2009

Kohl, il grande vuoto vent'anni dopo

Berlino, 31 ottobre 2009, George Bush sr., Mikail Gorbaciov e Helmut Kohl ospiti
della conferenza organizzata dalla Konrad Adenauer Stiftung (fotowalkingclass)


È passato alla storia come il cancelliere dell’unità. Non tanto perché gli è capitato anagraficamente di vivere, da capo del governo tedesco, la caduta del muro di Berlino, quanto perché ha determinato politicamente, con forza e convinzione, il cammino delle due metà divise dalla guerra fredda fino al ricongiungimento. Ma la storia, almeno quella successiva, non gli è stata riconoscente. Helmut Kohl si staglia nel pantheon delle figure politiche del Novecento con un profilo alto e chiaro, eppure gli eventi lo hanno costretto nell’ultimo decennio a rimanere in disparte [... pubblicato sul Secolo d'Italia, in lettura su East Side Report].

lunedì, novembre 09, 2009

«La notte che alzammo la sbarra»


Il sole fatica a spuntare da dietro una spessa coltre di nubi. La mattina del 9 novembre 1989 è grigia e uggiosa come capita spesso da queste parti. Per vederci qualcosa, nel suo studio al ministero degli Interni di Berlino Est, Gerhard Lauter è costretto ad accendere tutte le luci. È il responsabile del settore che regola passaporti e visti per i cittadini della Ddr. Il politburo gli ha commissionato di redigere un nuovo testo legislativo che stabilisca quello che ormai la piazza chiede a gran voce: la possibilità di viaggiare in Germania Ovest, passando direttamente attraverso i punti di frontiera fra i due stati tedeschi. Anche quelli all’interno della città di Berlino. Il tempo stringe e il progetto deve essere pronto per mezzogiorno. La Cecoslovacchia non regge più l’urto dei profughi e ha minacciato di chiudere i confini in giornata. La pressione può diventare esplosiva. L’unica salvezza è aprire una valvola.

Nel chiuso delle quattro mura, Lauter si consulta con tre esperti mandati da Erich Mielke, il capo della Stasi. La loro proposta è ormai vecchia, superata dagli eventi: libertà di lasciare il paese per sempre. Non è più tempo. Bisogna concedere di più: lasciare il paese ma anche poter rientrare, se uno lo vuole. Libertà di andare e tornare, non espulsione. La situazione non lascia alternative e Lauter non fatica troppo a convincere gli altri tre. Per mezzogiorno il progetto è pronto, Lauter detta i punti alla sua segretaria, dalla macchina da scrivere esce la nuova legge che un autista porterà sul tavolo del comitato centrale del partito, riunito dal giorno prima in seduta straordinaria.

«Io a quella riunione non ho partecipato», ricorda oggi Günter Schabowski, allora membro del politburo e addetto ai rapporti con la stampa. Schabowski è l’uomo che ha aperto il muro, involontariamente. Qualche tempo fa lo abbiamo incontrato nell’associazione della stampa estera a Berlino dove ha ricostruito passo per passo gli eventi della sera che entrerà nella storia. «Arrivo all’ultimo momento, prendendo posto a fianco di Egon Krenz pochi attimi prima di gestire una conferenza stampa indetta per le 18. La nuova legge per i viaggi all’estero era stata approvata senza troppe discussioni, tutti speravamo che la sua entrata in vigore avrebbe allentato la situazione, reso di nuovo credibile il nostro governo e aperto la strada a una stagione di riforme sull’onda della perestrojka gorbacioviana». Prima di muoversi, Krenz gli passa i fogli contenenti le indicazioni della nuova legge: «Ne puoi parlare con i giornalisti», mi disse. «Quello che non sapevo è che nel frattempo Lauter aveva anche preparato i dettagli, con le disposizioni per la polizia di frontiera e, soprattutto, la data di avvio, il 10 novembre».
Sono le 18 in punto. Fuori sono già calate le tenebre, anche se qua e là fra la foschia gruppi di dimostranti continuano a sciamare per le strade, specie nei pressi del palazzo dove si svolge il comitato centrale. Nei quartieri più periferici è già iniziato il tipico “Feierabend” tedesco, quel periodo del dopolavoro dedicato a una birra nelle kneipe. A ovest, nel grande magazzino del KaDeWe, la vetrina d’occidente, nel reparto alimentare al sesto piano sta per iniziare un ricevimento privato per gourmet. Inge Vollmer, montaggista ai servizi giornalistici della tv regionale occidentale Sfb, sta andando con il marito a un ricevimento organizzato dall’assessore al traffico di Berlino Ovest nel museo del trasporto pubblico, a due passi dal muro che taglia la vecchia Potsdamer Platz. Schabowski entra con puntualità prussiana nella sala conferenze, lo attendono duecento giornalisti che seguono le ore drammatiche della Ddr.

La tv occidentale, seguita anche a est, trasmette in diretta. In prima fila ha preso posto con buon anticipo il reporter della Bild Peter Birkmann, catapultato a Berlino dalla sua redazione con il suggerimento che forse stava accadendo qualcosa. Ma la conferenza scivola via noiosa e piena di inutili indicazioni burocratiche. Dalla porta in fondo entra in ritardo il giornalista italiano dell’Ansa Riccardo Ehrmann. Non c’è più un posto a sedere, così Ehrmann si piazza sui gradini sotto il podio da cui Schabowski sta parlando. «Me lo ricordo bene Ehrmann», dice Schabowski, «gli do la parola quando ormai eravamo alla fine. Mi fa una domanda sulla legge sul diritto di viaggio che già da giorni ballonzolava tra le varie burocrazie del nostro stato e in quel momento mi ricordo dei fogli che mi aveva dato Krenz. Li cerco, li trovo sotto la cartellina che avevo davanti e comincio a leggere, contento di poter ribattere che avevamo approntato un provvedimento nuovo». Le immagini riflettono uno Schabowski impacciato e balbettante, che dimostra di non conoscere il contenuto della legge. Sembra quasi lo scopra in quel momento. Quando annuncia il diritto di lasciare la Ddr da tutti i varchi di frontiera con la Germania Ovest, i giornalisti gli chiedono: «Vale anche per Berlino?». Risposta: «Sì, anche per Berlino». Il reporter della Bild capisce che è arrivato anche il suo momento: «Da quando entra in vigore?». È questa la domanda decisiva. «Guardo le carte», ricorda Scabowski «e non trovo alcuna indicazione sulla data». La risposta che cambia la storia del mondo arriva un attimo dopo: «Ab sofort, da subito».

Sono le 18 e 53 minuti. Nelle case, nelle kneipe, in ogni luogo ove vi sia una televisione, si fa fatica a credere alle proprie orecchie. Ma l’ha detto Schabowski, il muro è caduto. Nel museo dei trasporti a Berlino Ovest un funzionario si avvicina all’orecchio dell’assessore e sussurra qualcosa. La voce si sparge, dicono che sia caduto il muro. Inge Vollmer si alza dal tavolo e decide di andare a vedere di persona. Con il marito al fianco, guida l’auto con il contrassegno “stampa” fino al Checkpoint Charlie: «Non c’era più un posto libero, il poliziotto mi dice che posso parcheggiare in qualsiasi punto, tanto c’è un caos dappertutto. Dall’altra parte si vedeva la folla ma nessuno poteva ancora passare». I momenti più concitati si vivono all’altro capo di Berlino Est, al punto di frontiera della Bornholmer Strasse. Lì la pressione aumenta di minuto in minuto, i cittadini hanno ascoltato Schabowski in tv e ora vogliono passare dall’altra parte.

Le guardie di frontiera, però, non hanno ricevuto alcuna istruzione, perché la legge sarebbe dovuta entrare in vigore il giorno dopo, alle 4 della notte. In quei minuti il regime si dissolve. Dal ministero della Stasi arrivano alle guardie di frontiera indicazioni irricevibili: «Mandateli a casa». Sono già troppi, premono sempre di più e cominciano ad arrabbiarsi. Tra la folla compare un ciclostilato che riporta per filo e per segno le dichiarazioni di Schabowski. Non c’è più nulla da fare, se non scegliere: chiamare i rinforzi e sparare sulla folla o alzare la sbarra. La notte è dolce, la sbarra si alza, il muro è caduto. Due ore dopo, davanti al KaDeWe, una folla enorme vorrebbe partecipare alla festa culinaria. Non si può. Torneranno, ancora più numerosi, il giorno dopo. E l’altro ancora.

Pubblicato sul Secolo d'Italia il 7 novembre 2009.

domenica, novembre 08, 2009

Berlino 1989-2009, è qui la festa


La festa è pronta, l’anniversario lungo un anno giunge al suo giorno più importante. Le rivoluzioni d’autunno del 1989 che cambiarono il volto dell’Europa convergono tutte nel cuore di Berlino. Il 9 novembre, dopo una confusa conferenza stampa del portavoce del politburo Günter Schabowski, il muro che aveva diviso per ventotto anni la vecchia capitale tedesca e l’intero continente venne giù, trascinandosi tutta la simbologia della guerra fredda. Polonia e Ungheria erano già sulla strada delle riforme, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania avrebbero seguito a breve, sul velluto o sul sangue, e più in là sarebbero giunti anche i paesi baltici, l’Albania, pezzi del vecchio impero russo e almeno una fetta dell’ex Jugoslavia. Ma tutto si concentrò qui, in quella sera umida e grigia nella quale i cittadini di Berlino Est si ammassarono ai punti di frontiera dopo aver ascoltato l’«ab sofort» di Schabowski. Premettero, protestarono e infine furono lasciati passare dai Vopos, senza che fosse sparato un solo colpo di fucile [... continua su East Side Report e Ff Web Magazine].

venerdì, novembre 06, 2009

Remeinders. Markus Wolf e il 9 novembre

Un articolo di tre anni fa. Ci sta bene in questi giorni di ventennale. Quando Markus Wolf morì era pure un altro 9 novembre.

Musica della dissidenza


The Plastic People of the Universe, il gruppo psichedelico cecoslovacco underground degli anni Settanta. Il loro arresto provocò la reazione del gruppo di intellettuali che fondò Charta '77.

Havel, la dissidenza come scelta morale

Praga vent'anni dopo la rivoluzione di velluto (fotowalkingclass)

Quella di Vaclav Havel è forse la parabola più bella tra quelle che la storia ha saputo scrivere nell’anno fatale del 1989. Il dissidente per eccellenza, l’intellettuale, lo scrittore e il drammaturgo che aveva pagato con il carcere l’iniziativa di Charta ’77 – «l’associazione libera e aperta di persone» che con l’appello al rispetto basilare dei diritti dell’uomo rappresentò una delle iniziative di dissenso più importanti di tutta l’Europa orientale – prese la leadership della rivoluzione di velluto e arrivò fin su al Castello, la splendida cittadella in cima alla collina di Praga, il luogo del potere [pubblicato sul Secolo d'Italia, in lettura su East Side Report].

Dove va l'Italia? Temo da nessuna parte

Di politica italiana scrivo ormai poco e malvolentieri. Gli amici di Farefuturo (che se le stanno dando di santa ragione con altri spezzoni del loro centrodestra) e con i quali collaboro volentieri di esteri su Germania e Europa centro-orientale, mi hanno chiesto di rifare un tuffo in acque patrie. L'ho fatto. E stavo affogando. Per correttezza, il titolo di questo post è mio ed è diverso da quello redazionale.

Nel giro di due settimane il quadro politico italiano pare essersi rimesso in movimento, sotto la coperta troppo pesante degli scandali di natura più o meno sessuale. Il panorama di un centrosinistra paralizzato dalla lunga corsa per la leadership e di un centrodestra indolentemente alla guida del paese appartiene al passato. A sinistra l’elezione di Pier Luigi Bersani ha definito con un po’ di chiarezza il percorso che il partito democratico (o la maggioranza di esso) si appresta a compiere: recupero di una identità di sinistra, rafforzamento della forma partito, ricerca di nuove alleanze con quel che è sopravvissuto della sinistra estrema (radicale è aggettivo che nella storia politica italiana rimanda ad altre esperienze) o con il centro per ora occupato dall’Udc di Casini. Che il compito di ridefinire i contorni di una sinistra riformista sia piuttosto arduo, lo testimonia la crisi della socialdemocrazia europea che colpisce partiti di respiro storico maggiore e di struttura più robusta rispetto al Pd italiano, come l’Spd tedesca o il New Labour britannico. E tuttavia che l’Italia abbia bisogno di ritrovare una sinistra all’altezza dei tempi è evidente, almeno quanto il bisogno di arrivare a una destra moderna e moderata che assomigli di più ai partiti popolari presenti nel resto d’Europa [... continua su Farefuturo Magazine].

giovedì, novembre 05, 2009

Icone editoriali

East Side Gallery (fotowalkingclass)

Sono usciti in Italia una serie di libri attorno agli eventi della caduta del muro di Berlino. Molti hanno la stessa foto di copertina, utilizzata peraltro già tanti anni fa a corredo di una guida turistica (molto ben fatta) della Clup, collana che oggi non esiste più. Si tratta di uno degli affreschi postumi, realizzato sulle facciate del vecchio muro che compongono l'East Side Gallery. Nella foto qui sopra potete vedere il disegno restaurato questa estate. Libri diversi ma una unica immagine, che pare essere diventata in Italia l'icona di quel periodo. Anche a costo di non poter distinguere un'edizione dall'altra.

Balaton, la riunificazione ai tempi del muro

Il lago Balaton (fotowalkingclass)

Il Mediterraneo dei tedeschi dell’est era una lunga e stretta lingua d’acqua, piatta e tiepida, sprofondata nel mezzo della pianura pannonica. Il profumo intenso delle spighe di grano inebriava di odori meridionali, le forme rotonde dei langos fritti richiamavano l’illusione della pizza napoletana e l’aria dolce e rilassata cullava vacanze esotiche ai tempi del socialismo reale. Il lago Balaton, che i tedeschi chiamano Plattensee, era il loro Mezzogiorno, uno spicchio di Italia trapiantato trecento chilometri più ad est. Il revisionismo cocciuto di Tito rendeva politicamente scorrette le vacanze sulle coste dalmate e istriane, meglio fermarsi un po’ più a nord, sulle sponde di questo specchio d’acqua verticale chiamato in patria il mare ungherese [pubblicato su Il Riformista, in lettura su East Side Report].

mercoledì, novembre 04, 2009

1989, la rivoluzione negoziata dell'Ungheria

Budapest, il parlamento visto dal Danubio (fotowalkingclass)

Mentre la Ddr s’infiamma, in Ungheria la transizione dal comunismo alla democrazia prende la via meno eccitante ma più rassicurante del compromesso politico. Qui dove tutto è iniziato, dove l'apertura della cortina di ferro ha accelerato l'implosione dei paesi fratelli confinanti e dove timide riforme hanno creato fin dagli anni Settanta le premesse di un post-totalitarismo avanzato, la metà di ottobre fa registrare il progresso decisivo verso la chiusura di un'epoca e la nascita di un nuovo sistema politico e istituzionale.

Nell'alternarsi di piazza e palazzo che scandisce le tappe di questa rivoluzione negoziata, ora tocca al palazzo. Vecchi e nuovi partiti non si fanno trovare impreparati e riformano impostazioni superate dalla storia o affinano ideologie diventate all'improvviso di moda. La componente riformista del partito comunista ha già cancellato una settimana prima nome e simboli, lettere e attrezzi, emarginato il gruppo conservatore (che presto uscirà per fondare un nuovo partito) e rinunciato per sempre al monopolio politico. Imre Pozsgay sembra guidare con mano sicura il timone durante la virata socialdemocratica e, nel progetto della nuova impalcatura istituzionale, punta al vertice della Repubblica: uno Stato presidenziale nel quale un presidente forte bilanci un governo espressione del nuovo pluralismo, conservando agli ex comunisti riformati il bandolo della matassa.

Il progetto è osteggiato dai partiti di liberali del fronte di opposizione che riusciranno più in là a indire un referendum contro il presidenzialismo e a vincerlo. Tuttavia, in questi giorni si discute di costituzione e forma dello Stato. E per ora si tratta di mettere i sigilli al sistema del partito unico e aprire la stagione della democrazia. Nei mesi precedenti, una tavola rotonda costituita sul modello sperimentato in Polonia, composta dal nuovo partito socialista di Pozsgay, dal Forum democratico di Joseph Antall, dai partiti liberali coordinati da Janos Kis e dalle associazioni sindacali, ha elaborato quel progetto di repubblica presidenziale sul quale l’accordo è di là da venire. Ma nel frattempo i parlamentari sono al lavoro nelle stanze del parlamento più bello d'Europa, il palazzo in stile eclettico che specchia le sue guglie merlate nelle acque placide del Danubio.

Dentro e fuori questa meringa della politica si svolgono gli eventi decisivi della transizione. Il 18, nella sontuosa cornice della sala dell’Assemblea nazionale, il parlamento ha già approvato un emendamento costituzionale che cancella l’aggettivo popolare dalla denominazione della Repubblica e riscrive il preambolo della Carta: «La Repubblica ungherese è uno Stato indipendente e democratico basato sulla legge. nel quale sono equamente riconosciuti i valori della democrazia borghese e del socialismo democratico». È la svolta decisiva. Un complesso di nuove leggi riscrive i punti principali della costituzione: libertà di stampa, di associazione, cambio della data della festa nazionale, del simbolo dello Stato. Viene ripristinato il tricolore semplice, rosso, bianco e verde a strisce orizzontali, falce e martello finiscono negli archivi della storia ungherese.

Il 23 ottobre si torna in piazza, sempre di fronte al parlamento, nell’enorme spianata della Kossuth Lajoster. Di fronte a una folla oceanica il neo-eletto presidente provvisorio della Repubblica, Matyas Szurös, esponente del partito socialista riformato, riannoda il filo della storia patria: «La nuova costituzione è sullo sfondo della storica lezione della rivolta e del movimento di indipendenza nazionale dell’ottobre 1956». Il boato della piazza si trasforma in fischi quando lo stesso Szurös annuncia il proseguimento dei rapporti con «il nostro grande vicino, l’Unione Sovietica, nel segno dell’interesse nazionale». È il segnale di quanto sia impervio lo stretto sentiero della riforma graduale. Il successivo confronto serrato fra i partiti lo confermerà, ma ormai la strada intrapresa è quella della politica.

Pubblicato su Il Riformista. In lettura anche su East Side Report.

«Vi racconto il miracolo di Lipsia»

Lipsia, manifestazione per il centenario della Montagsdemontration del 9 ottobre 1989 (fotowalkingclass)

Ogni due per tre mette la mano sul grande librone che ha davati e cita un passo della Bibbia. La cosa è anche ovvia, perché Christian Führer, prima di essere uno degli eroi della rivoluzione tedesca del 1989, è stato un pastore che ha dedicato la sua vita alla chiesa protestante. Il fatto è che non te lo aspetti, soprattutto oggi che ha appeso la tunica al chiodo e gira sempre con il giubbotto di jeans sdrucito, come se non gli pesassero i sessantasei anni che si porta sul groppone. L’uomo dal cognome non proprio fortunato, è stato per trent’anni il parroco della Nikolaikirche di Lipsia, il luogo simbolo delle manifestazioni che iniziarono a scuotere l’impalcatura della Ddr e che causarono la prima crepa nel Muro di Berlino. Ma è stato anche un convinto pacifista, il motore delle preghiere per la pace che già nei primi anni Ottanta, nel clima strumentalizzato dalle propagande della guerra fredda quando le due Germanie si riempivano di missili pronti teoricamente a partire l’un contro l’altro, radunavano quel tanto di opposizione possibile al regime. E alla pace – senza se e senza ma, diremmo noi – ha dedicato anche i vent’anni successivi, quelli in cui il mondo non si è assestato nel paradiso promesso della fine della storia ma ha continuato a farsi guerre un po’ dovunque.

Così Führer, oggi che l’anniversario ventennale impone a tutti i protagonisti di allora il fardello del bilancio, ritrova nella Bibbia l’angelo custode che accompagnò, lui e i manifestanti, nelle strade di Lipsia. Le grandi rivoluzioni che nell’autunno del 1989 cambiarono il volto dell’Europa e del mondo, sono passate alla storia con appellativi diversi, a seconda delle nazioni in cui sono avvenute. “Stanca” fu quella polacca sviluppatasi nel compromesso della tavola rotonda, “istituzionale” quella ungherese scandita dai passaggi in parlamento, “di velluto” quella cecoslovacca segnata dalla caparbietà degli studenti in piazza San Venceslao, “sanguinaria” quella rumena sfociata nell’assassinio a sangue freddo della coppia Ceausescu.

Quella tedesca fu la rivoluzione pacifica. E di popolo. Quando la gente capì che il regime aveva perduto la capacità di reprimere, ultima àncora della sua sopravvivenza, l’acqua invase la nave e non bastarono più i secchi dei successori di Honecker a evitare l’affondamento. Il punto di svolta fu a Lipsia, la notte del 9 ottobre e l’icona di quell’evento diventò per sempre questo parroco piccolo e minuto, dai capelli bianchi e dalla volontà di ferro, una specie di Gandhi sassone. «Bisogna ricordarsi il clima di quei giorni», racconta Führer «gli scontri avvenuti nelle altre città della Germania Est, la tensione per le fughe dei cittadini della Ddr verso le ambasciate tedesco-occidentali a Praga, Budapest e Varsavia, l’apparato militare e della Stasi in stato d’allerta». A Lipsia si tenevano ogni lunedì alle 17, con puntuale cadenza teutonica, le Montagsdemonstrationen, manifestazioni del lunedì sulla falsariga di quelle per la pace realizzate un decennio prima. Da qualche settimana, dopo la preghiera, i cittadini avevano cominciato a muoversi in corteo per le strade della città: si erano ritrovati in mille a inizio settembre, poi in ottomila, infine in ventimila il 2 ottobre, sette giorni prima.

«L’appuntamento del 9 ottobre si era caricato di angoscia, perché la polizia aveva piazzato nei luoghi strategici della città tremila uomini, cani, idranti, camion con barriere antisommossa. Si temeva un bagno di sangue, una soluzione cinese, tipo Tienanmen, dagli ospedali arrivavano notizie allarmanti, medici richiamati dalle ferie, servizio notturno obbligatorio, raccolta di sacche di sangue. Non sapevamo come sarebbe andata a finire, ma avevamo una speranza, tenere i nervi saldi, non cedere alle provocazioni, evitare ogni violenza e augurarci di essere in tanti».

Führer riepiloga gli eventi con foga, l’adrenalina di quelle ore sembra elettrizzarlo ancora adesso, tira fuori una parola dopo l’altra come fosse un fiume a ridosso di una cascata: «Alle cinque della sera la chiesa era piena, non riusciva a contenere tutta la gente, saremmo stati almeno duemila, infiltrati da molti uomini della Stasi. L’avrò ripetuto mille volte, keine Gewalt, nessuna violenza. Divenne il motto di quella giornata. Alla fine della predica ci guardammo negli occhi e decidemmo di aprire il portone. Fuori c’era altrettanta gente ad attenderci e i poliziotti non si fecero vedere. Decidemmo di muoverci e, appena imboccammo il grande vialone che circonda il centro storico avvenne il miracolo. C’era una folla immensa e ancor più ne arrivava da ogni strada, da ogni palazzo. Sembrava che l’intera città si fosse data appuntamento per il corteo, alla fine eravamo settantamila, un fiume irrefrenabile. La polizia si era ritirata, sfilammo pacificamente per tutto il percorso, anche sotto alla Runde Ecke, il palazzo della Stasi, nessuna violenza, keine Gewalt: fu il miracolo di Lipsia».

Le autorità non si attendevano quel mare di folla, i contatti tra Lipsia e Berlino Est s’interruppero, dalla sede centrale non arrivò alcuna comunicazione, ormai temevano che i militari non sarebbero intervenuti contro la propria gente che intanto scandiva uno degli slogan passati alla storia, “Wir sind das Volk”, noi siamo il popolo. Non si mosse nulla e fu la fine del regime. «Anni dopo – sorride Führer – un ex funzionario del partito mi disse che erano preparati a contrastare tutto ma non le preghiere e le candele». Persa l’arma della repressione, la Ddr si sbriciolerà giorno dopo giorno fino al 9 novembre. «Ma la crepa decisiva l’avevamo fatta noi, qui a Lipsia, la notte dei settantamila che sfilarono senza violenza».

Sono passati esattamente vent’anni e la città si è trovata in strada di nuovo, per ricordare e festeggiare, ripercorrendo in silenzio con le candele l’itinerario di allora. Führer è sempre il personaggio più amato, anche se lascia spazio ai politici di oggi, nazionali e locali, che hanno guidato il paese nella nuova era: «Sono state fatte molte cose in questi anni e bisogna ammettere che nel complesso viviamo bene, specie se ci rapportiamo con i tanti paesi poveri che ci sono al mondo. Molto è cambiato ma non la missione della chiesa. Noi siamo sempre a fianco dei deboli, di chi ha bisogno, anche se le necessità di oggi sono diverse da quelle sotto la dittatura». Il parroco pacifista non ha smesso di lottare, anche se ora rivolge i suoi strali contro il sistema capitalista: «Deve essere profondamente riformato, necessita di un orientamento etico e sociale per andare incontro ai bisogni dell’uomo. L’economia deve essere sociale, deve puntare al benessere delle persone e ad aiutare i deboli, deve dipendere dalla politica e non dalle banche, deve privilegiare l’uomo al profitto». Non si tratta, dice Führer, di rimpiangere il socialismo ma di passare dalla «rivoluzione delle candele a quella dei cuori». Suona un po’ utopico, anche se in tedesco fa rima. Ma da queste parti l’utopia già una volta è diventata realtà. Senza violenza.

Pubblicato sul Secolo d'Italia del 27 ottobre 2009

«Ab sofort»

martedì, novembre 03, 2009

Opel

So che è un po' stucchevole dire che lo avevamo detto. Però, lo avevamo detto.

lunedì, novembre 02, 2009

Ipse dixit/2. Ronald Reagan


Thank you very much. Chancellor Kohl, Governing Mayor Diepgen, ladies and gentlemen: Twenty four years ago, President John F. Kennedy visited Berlin, speaking to the people of this city and the world at the city hall. Well, since then two other presidents have come, each in his turn, to Berlin. And today I, myself, make my second visit to your city.

We come to Berlin, we American Presidents, because it's our duty to speak, in this place, of freedom. But I must confess, we're drawn here by other things as well: by the feeling of history in this city, more than 500 years older than our own nation; by the beauty of the Grunewald and the Tiergarten; most of all, by your courage and determination. Perhaps the composer, Paul Lincke, understood something about American Presidents. You see, like so many Presidents before me, I come here today because wherever I go, whatever I do: "Ich hab noch einen koffer in Berlin." [I still have a suitcase in Berlin.]

Our gathering today is being broadcast throughout Western Europe and North America. I understand that it is being seen and heard as well in the East. To those listening throughout Eastern Europe, I extend my warmest greetings and the good will of the American people. To those listening in East Berlin, a special word: Although I cannot be with you, I address my remarks to you just as surely as to those standing here before me. For I join you, as I join your fellow countrymen in the West, in this firm, this unalterable belief: Es gibt nur ein Berlin. [There is only one Berlin.]

Behind me stands a wall that encircles the free sectors of this city, part of a vast system of barriers that divides the entire continent of Europe. From the Baltic, south, those barriers cut across Germany in a gash of barbed wire, concrete, dog runs, and guardtowers. Farther south, there may be no visible, no obvious wall. But there remain armed guards and checkpoints all the same--still a restriction on the right to travel, still an instrument to impose upon ordinary men and women the will of a totalitarian state. Yet it is here in Berlin where the wall emerges most clearly; here, cutting across your city, where the news photo and the television screen have imprinted this brutal division of a continent upon the mind of the world. Standing before the Brandenburg Gate, every man is a German, separated from his fellow men. Every man is a Berliner, forced to look upon a scar.

President von Weizsacker has said: "The German question is open as long as the Brandenburg Gate is closed." Today I say: As long as this gate is closed, as long as this scar of a wall is permitted to stand, it is not the German question alone that remains open, but the question of freedom for all mankind. Yet I do not come here to lament. For I find in Berlin a message of hope, even in the shadow of this wall, a message of (Pg. 635) triumph.

In this season of spring in 1945, the people of Berlin emerged from their air raid shelters to find devastation. Thousands of miles away, the people of the United States reached out to help. And in 1947 Secretary of State--as you've been told-George Marshall announced the creation of what would become known as the Marshall plan. Speaking precisely 40 years ago this month, he said: "Our policy is directed not against any country or doctrine, but against hunger, poverty, desperation, and chaos."

In the Reichstag a few moments ago, I saw a display commemorating this 40th anniversary of the Marshall plan. I was struck by the sign on a burnt-out, gutted structure that was being rebuilt. I understand that Berliners of my own generation can remember seeing signs like it dotted throughout the Western sectors of the city. The sign read simply: "The Marshall plan is helping here to strengthen the free world." A strong, free world in the West, that dream became real. Japan rose from ruin to become an economic giant. Italy, France, Belgium--virtually every nation in Western Europe saw political and economic rebirth; the European Community was founded.

In West Germany and here in Berlin, there took place an economic miracle, the Wirtschaftswunder. Adenauer, Erhard, Reuter, and other leaders understood the practical importance of liberty--that just as truth can flourish only when the journalist is given freedom of speech, so prosperity can come about only when the farmer and businessman enjoy economic freedom. The German leaders reduced tariffs, expanded free trade, lowered taxes. From 1950 to 1960 alone, the standard of living in West Germany and Berlin doubled.

Where four decades ago there was rubble, today in West Berlin there is the greatest industrial output of any city in Germany-busy office blocks, fine homes and apartments, proud avenues, and the spreading lawns of park land. Where a city's culture seemed to have been destroyed, today there are two great universities, orchestras and an opera, countless theaters, and museums. Where there was want, today there's abundance--food, clothing, automobiles-the wonderful goods of the Ku'damm. From devastation, from utter ruin, you Berliners have, in freedom, rebuilt a city that once again ranks as one of the greatest on Earth. The Soviets may have had other plans. But, my friends, there were a few things the Soviets didn't count on Berliner herz, Berliner humor, ja, und Berliner schnauze. [Berliner heart, Berliner humor, yes, and a Berliner schnauze.] [Laughter]

In the 1950's, Khrushchev predicted: "We will bury you." But in the West today, we see a free world that has achieved a level of prosperity and well-being unprecedented in all human history. In the Communist world, we see failure, technological backwardness, declining standards of health, even want of the most basic kind-too little food. Even today, the Soviet Union still cannot feed itself. After these four decades, then, there stands before the entire world one great and inescapable conclusion: Freedom leads to prosperity. Freedom replaces the ancient hatreds among the nations with comity and peace. Freedom is the victor.

And now the Soviets themselves may, in a limited way, be coming to understand the importance of freedom. We hear much from Moscow about a new policy of reform and openness. Some political prisoners have been released. Certain foreign news broadcasts are no longer being jammed. Some economic enterprises have been permitted to operate with greater freedom from state control. Are these the beginnings of profound changes in the Soviet state? Or are they token gestures, intended to raise false hopes in the West, or to strengthen the Soviet system without changing it? We welcome change and openness; for we believe that freedom and security go together, that the advance of human liberty can only strengthen the cause of world peace.

There is one sign the Soviets can make that would be unmistakable, that would advance dramatically the cause of freedom and peace. General Secretary Gorbachev, if you seek peace, if you seek prosperity for the Soviet Union and Eastern Europe, if you seek liberalization: Come here to this gate! Mr. Gorbachev, open this gate! Mr. Gorbachev, tear down this wall!

I understand the fear of war and the pain (Pg. 636) of division that afflict this continent--and I pledge to you my country's efforts to help overcome these burdens. To be sure, we in the West must resist Soviet expansion. So we must maintain defenses of unassailable strength. Yet we seek peace; so we must strive to reduce arms on both sides. Beginning 10 years ago, the Soviets challenged the Western alliance with a grave new threat, hundreds of new and more deadly SS-20 nuclear missiles, capable of-striking every capital in Europe. The Western alliance responded by committing itself to a counterdeployment unless the Soviets agreed to negotiate a better solution; namely, the elimination of such weapons on both sides. For many months, the Soviets refused to bargain in earnestness. As the alliance, in turn, prepared to go forward with its counterdeployment, there were difficult days--days of protests like those during my 1982 visit to this city--and the Soviets later walked away from the table.

But through it all, the alliance held firm. And I invite those who protested then--I invite those who protest today--to mark this fact: Because we remained strong, the Soviets came back to the table. And because we remained strong, today we have within reach the possibility, not merely of limiting the growth of arms, but of eliminating, for the first time, an entire class of nuclear weapons from the face of the Earth. As I speak, NATO ministers are meeting in Iceland to review the progress of our proposals for eliminating these weapons. At the talks in Geneva, we have also proposed deep cuts in strategic offensive weapons. And the Western allies have likewise made far-reaching proposals to reduce the danger of conventional war and to place a total ban on chemical weapons.

While we pursue these arms reductions, I pledge to you that we will maintain the capacity to deter Soviet aggression at any level at which it might occur. And in cooperation with many of our allies, the United States is pursuing the Strategic Defense Initiative-research to base deterrence not on the threat of offensive retaliation, but on defenses that truly defend; on systems, in short, that will not target populations, but shield them. By these means we seek to increase the safety of Europe and all the world. But we must remember a crucial fact: East and West do not mistrust each other because we are armed; we are armed because we mistrust each other. And our differences are not about weapons but about liberty. When President Kennedy spoke at the City Hall those 24 years ago, freedom was encircled, Berlin was under siege. And today, despite all the pressures upon this city, Berlin stands secure in its liberty. And freedom itself is transforming the globe.

In the Philippines, in South and Central America, democracy has been given a rebirth. Throughout the Pacific, free markets are working miracle after miracle of economic growth. In the industrialized nations, a technological revolution is taking place--a revolution marked by rapid, dramatic advances in computers and telecommunications.

In Europe, only one nation and those it controls refuse to join the community of freedom. Yet in this age of redoubled economic growth, of information and innovation, the Soviet Union faces a choice: It must make fundamental changes, or it will become obsolete. Today thus represents a moment of hope. We in the West stand ready to cooperate with the East to promote true openness, to break down barriers that separate people, to create a safer, freer world.

And surely there is no better place than Berlin, the meeting place of East and West, to make a start. Free people of Berlin: Today, as in the past, the United States stands for the strict observance and full implementation of all parts of the Four Power Agreement of 1971. Let us use this occasion, the 750th anniversary of this city, to usher in a new era, to seek a still fuller, richer life for the Berlin of the future. Together, let us maintain and develop the ties between the Federal Republic and the Western sectors of Berlin, which is permitted by the 1971 agreement.

And I invite Mr. Gorbachev: Let us work to bring the Eastern and Western parts of the city closer together, so that all the inhabitants of all Berlin can enjoy the benefits that come with life in one of the great cities of the world. To open Berlin still further to (Pg. 637) all Europe, East and West, let us expand the vital air access to this city, finding ways of making commercial air service to Berlin more convenient, more comfortable, and more economical. We look to the day when West Berlin can become one of the chief aviation hubs in all central Europe.

With our French and British partners, the United States is prepared to help bring international meetings to Berlin. It would be only fitting for Berlin to serve as the site of United Nations meetings, or world conferences on human rights and arms control or other issues that call for international cooperation. There is no better way to establish hope for the future than to enlighten young minds, and we would be honored to sponsor summer youth exchanges, cultural events, and other programs for young Berliners from the East. Our French and British friends, I'm certain, will do the same. And it's my hope that an authority can be found in East Berlin to sponsor visits from young people of the Western sectors.

One final proposal, one close to my heart: Sport represents a source of enjoyment and ennoblement, and you many have noted that the Republic of Korea--South Korea-has offered to permit certain events of the 1988 Olympics to take place in the North. International sports competitions of all kinds could take place in both parts of this city. And what better way to demonstrate to the world the openness of this city than to offer in some future year to hold the Olympic games here in Berlin, East and West?

In these four decades, as I have said, you Berliners have built a great city. You've done so in spite of threats--the Soviet attempts to impose the East-mark, the blockade. Today the city thrives in spite of the challenges implicit in the very presence of this wall. What keeps you here? Certainly there's a great deal to be said for your fortitude, for your defiant courage. But I believe there's something deeper, something that involves Berlin's whole look and feel and way of life--not mere sentiment. No one could live long in Berlin without being completely disabused of illusions. Something instead, that has seen the difficulties of life in Berlin but chose to accept them, that continues to build this good and proud city in contrast to a surrounding totalitarian presence that refuses to release human energies or aspirations. Something that speaks with a powerful voice of affirmation, that says yes to this city, yes to the future, yes to freedom. In a word, I would submit that what keeps you in Berlin is love--love both profound and abiding.

Perhaps this gets to the root of the matter, to the most fundamental distinction of all between East and West. The totalitarian world produces backwardness because it does such violence to the spirit, thwarting the human impulse to create, to enjoy, to worship. The totalitarian world finds even symbols of love and of worship an affront. Years ago, before the East Germans began rebuilding their churches, they erected a secular structure: the television tower at Alexander Platz. Virtually ever since, the authorities have been working to correct what they view as the tower's one major flaw, treating the glass sphere at the top with paints and chemicals of every kind. Yet even today when the Sun strikes that sphere--that sphere that towers over all Berlin--the light makes the sign of the cross. There in Berlin, like the city itself, symbols of love, symbols of worship, cannot be suppressed.

As I looked out a moment ago from the Reichstag, that embodiment of German unity, I noticed words crudely spray-painted upon the wall, perhaps by a young Berliner, "This wall will fall. Beliefs become reality." Yes, across Europe, this wall will fall. For it cannot withstand faith; it cannot withstand truth. The wall cannot withstand freedom.

And I would like, before I close, to say one word. I have read, and I have been questioned since I've been here about certain demonstrations against my coming. And I would like to say just one thing, and to those who demonstrate so. I wonder if they have ever asked themselves that if they should have the kind of government they apparently seek, no one would ever be able to do what they're doing again.

Thank you and God bless you all.

(Berlino, Brandenburger Tor, 12 giugno 1987)

mercoledì, ottobre 28, 2009

E non c'era il Grande Fratello numero 10

martedì, ottobre 27, 2009

Sterzata Opel

Il nuovo governo tedesco riprende in mano il dossier Opel, complice anche le recenti minacce all'accordo con Magna giunte da Bruxelles. Niente più russi? Si tornerà in casa General Motors? Sulla Faz le ultime speculazioni.

domenica, ottobre 25, 2009

Comunicazione di servizio

Quando venite a Berlino, e vi aggirate nella metà che faceva parte della zona est, fate attenzione ai tram.

Domenica primarie, che poi domani è lunedì

Lipsia, 9 ottobre 1989. Wir sind das Volk

Bornholmerstrasse, 9 novembre 1989

Bruce Springsteen in East Berlin (1988)

venerdì, ottobre 23, 2009

Le sorprese del nuovo governo Merkel

Merkel sulla tolda di comando e Westerwelle al ministero degli Esteri, con il primo compito di imparare per bene l'inglese. Poi Schäuble alle Finanze, zu Guttenberg alla Difesa, il liberale Brüdele all'Economia. Questi gli spostamenti più rilevanti nel nuovo governo tedesco. Tre giovani new entry: il liberale Philipp Rösler, di origini vietnamite, al delicato ministero della Salute, Ronald Pofalla capo della Cancelleria e Norbert Röttgen all'Ambiente. Gli ultimi due sono i più fidati collaboratori di Angela Merkel. Domattina i tre leader dei partiti coinvolti, Merkel, Westerwelle e Seehofer, annunceranno in una conferenza stampa ai giornalisti il contenuto del programma di governo, sui cui ultimi dettagli si tratterà ancora questa notte. Le altre indiscrezioni sui ministeri, in questo articolo della Süddeutsche Zeitung.

Bielorussia, in digiuno per protesta

Minsk. Jailed Belarusian opposition activist Alyaksandr Bandarenka began an indefinite hunger strike on October 19, demanding that his case be reconsidered, RFE/RL's Belarus Service reports. Bandarenka's lawyer, Zmitzer Laeuski, told RFE/RL that he visited his client in Detention Center No. 1 in Minsk on October 22, where he was informed about the hunger strike. Bandarenka, a private businessman, was convicted of financial crimes and sentenced to seven years in prison on October 9. Last year, Bandarenka, who is an active member of the opposition United Civic Party (AHP), ran unsuccessfully for parliament. He and his supporters say his case is politically motivated.

Fonte: Radio Free Europe/Radio Liberty.

Kseniya Simonova, talento ucraino

Fischia il vento, urla la bufera

Ma non a San Pietroburgo, dove per tutta la giornata, con temperature tra i 4 e i 7 gradi sopra lo zero e deboli piogge, tutto s'è visto tranne che tempeste di neve.

Leggete e diffondete

domenica, ottobre 18, 2009

I colori della Berliner Republik/1. Jamaika

Mentre a Berlino proseguono le trattative per definire il programma di governo della nuova maggioranza di centrodestra, in periferia la politica muove i primi passi verso nuovi scenari politici. E nell’estremo ovest, nella piccola regione della Saar, ex terra mineraria schiacciata verso Lussemburgo e Francia, arriva il soffio esotico della Giamaica. Ovvero la Jamaika Koalition, il sogno dei politologi alla ricerca di soluzioni finora solo studiate a tavolino. Quattro settimane fa il voto aveva premiato la sinistra radicale della Linke, portata oltre il 20 per cento (risultato mai raggiunto in una regione dell’ovest) dal carisma del vecchio leader massimalista Lafontaine, che aveva abbandonato l’Spd in polemica con la sua «deriva riformista» per costituire, assieme ai post-comunisti del Pds, una sinistra più radicale. Domenica i verdi hanno chiuso la porta a una coalizione di sinistra, aprendo la strada per un’alleanza con liberali e cristiano-democratici. Se le trattative andranno a buon fine, la Saar sperimenterà un nuovo tipo di centrodestra, a vocazione ecologica.

Per la politica tedesca è una rivoluzione, foriera di scenari innovativi anche a livello nazionale, sebbene le ragioni di questa svolta siano tutte locali. Il voto del congresso dei verdi è stato plebiscitario: l’opzione Giamaica ha ottenuto il 78 per cento dei suffragi. Ma molto ha contato la presenza nella Saar proprio di Lafontaine, che aveva appena rinunciato al suo posto di capogruppo parlamentare per dedicarsi esclusivamente alla scena politica regionale. «Non ho alcuna fiducia in questa persona», ha tuonato il leader locale dei verdi Hubert Ulrich, «non possiamo collaborare con chi vuol farci fuori in maniera così cinica». Per tutta la campagna elettorale, è l’accusa di Ulrich, Lafontaine ha cercato di spazzare i verdi dalla scena politica: un governo di sinistra con lui è impossibile, non ci resta che guardare a destra.

I tre seggi dei verdi sono decisivi per entrambe le ipotesi, sia quella di centrodestra con Cdu e Fdp, sia quella di sinistra con Spd e Linke. Ma sul tappeto ora resta solo la scommessa della coalizione Giamaica (dai colori dei partiti che dovrebbero far parte della nuova coalizione, il nero della Cdu, il giallo dell’Fdp e ovviamente il verde dei Grünen, cioè i colori della bandiera caraibica). I verdi hanno posto alcune condizioni: abolizione delle tasse universitarie, chiusura nel 2012 delle miniere ancora in funzione, riforma del sistema ginnasiale. Ambiente e istruzione sono al centro delle politiche dei verdi, a livello nazionale come in periferia e per agevolare la realizzazione di queste proposte, il primo ministro cristiano-democratico uscente (che ora potrebbe rimanere in carica) è disposto ad affidare agli ecologisti i due ministeri competenti.

L’eventuale successo delle trattative e la conseguente nascita del primo governo Giamaica a livello regionale sarebbero dunque le novità più interessanti della scena politica tedesca post-elettorale. Ancor più del nuovo governo nazionale di Angela Merkel, che di fatto riporta in auge una coalizione tradizionale che negli anni Ottanta e Novanta ha condotto la Germania attraverso la riunificazione sotto la guida di Helmut Kohl. Il quadro politico, nonostante l’affermazione di Cdu/Csu e Fdp, resta piuttosto incerto, dal momento che il sistema a cinque partiti non garantisce più automaticamente la vittoria di un’alleanza di tipo tradizionale, sia per il ridimensionamento dei partiti di massa che per la presenza stabile della Linke, che subisce una sorta di conventio ad excludendum.

Già un anno e mezzo fa, ad Amburgo, cristiano-democratici e verdi avevano dato vita a una prima collaborazione regionale, rompendo il tabù. I Grünen nascono come una costola movimentista dell’Spd e si sono sempre caratterizzati per una politica non convenzionale a anti-conservatrice. Poi la svolta pragmatica, avvenuta paradossalmente con l’assunzione di responsabilità governative nei due governi rosso-verdi guidati da Gerhard Schröder. Ma già alla metà degli anni Ottanta, un lungimirante Helmut Kohl aveva immaginato che, un giorno, conservatori ed ecologisti avrebbero potuto trovare terreni di collaborazione e aveva dato vita a una serie di incontri informali fra i giovani dei due partiti. Passò alla storia come la pizza-connection, perché gli incontri avvenivano in una sala riservata di un ristorante italiano di Bonn. Tra quei giovani, due leader che nel frattempo hanno fatto carriera, il verde Cem Özdemir, l’attuale segretario dei verdi di origini turche, e Norbert Rüttgen, braccio destro di Angela Merkel.

Il resto lo ha fatto la politica. La Cdu ha accentuato la propria sensibilità ecologista sotto la leadership della cancelliera mentre i liberali, oltre a ai temi classici dell’economia di mercato, presentano un profilo moderno sulle questioni dei diritti civili e delle libertà individuali. Quello che divide fortemente è la posizione sull’energia nucleare, tanto che nelle ultime settimane di campagna elettorale i verdi hanno molto calcato sulla paura di un ritorno al passato in caso di vittoria del centrodestra. Ma anche su questo punto le posizioni sono meno distanti di un tempo: i verdi restano inflessibili sulla chiusura di tutte le centrali tedesche nel 2020, liberali e cristiano-democratici ritengono invece di dover continuare a produrre energia atomica fino a quando le energie alternative non saranno in grado di sostituirla completamente. Ma della costruzione di nuove centrali, qui in Germania non parla nessuno. Il paese ha ormai acquisito una leadership nel campo delle energie rinnovabili, il futuro è verde, cambiano solo le prospettive temporali. Una settimana prima del voto nazionale, l’esponente dell’ala sinistra dei verdi, Trittin, aveva escluso ogni ipotesi di collaborazione con il centrodestra: «La Giamaica rimane nei Caraibi». Ora invece è ricomparsa nella Saar.

martedì, ottobre 13, 2009

Prove tecniche di nuove coalizioni

Jamaika Koalition nella Saar, rosso-rosso in Brandeburgo. Come scritto, il bello della politica, in Germania, viene adesso e comincia dagli esperimenti regionali. Grandi polemiche, qualche aspettativa e molta curiosità. Ne vedremo delle belle.

La Fiera del libro di Francoforte parla cinese

Quando la settimana scorsa Jürgen Boos, il direttore della Fiera del libro di Francoforte, è sbarcato a Berlino per presentare l’edizione che si apre oggi, alla domanda se fosse dispiaciuto per il fatto che quest’anno l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura non coincidesse con i giorni della fiera, aveva replicato con diplomazia, sostenendo che la manifestazione non ne avrebbe sofferto e che non era la prima volta che le due date fossero sfalsate. Boos non sapeva che due giorni dopo, in quella stessa sala dell’Associazione del commercio librario che si affaccia sulla Sprea, la berlinese d’adozione Herta Müller avrebbe sorriso di gioia e di stupore per l’assegnazione del premio Nobel. E così anche la mondanità è salva. La scrittrice tedesca nata nel Banato rumeno, che la scelta degli accademici di Stoccolma ha strappato alla ristretta cerchia degli appassionati, farà proprio oggi a Francoforte, negli stand della rete televisiva pubblica franco-tedesca Arte, la sua prima uscita pubblica dopo la conquista del premio, presentando il suo ultimo lavoro “Atemschaukle”, la storia di due prigionieri rumeni deportati in un campo di concentramento sovietico in Ucraina.

Per il resto, la scena è tutta occupata dal paese d’onore, che quest’anno è misterioso, grande e ingombrante. A Francoforte sbarca la Cina. Anzi, i cinesi. I letterati graditi al regime e quelli scomodi (ma non tutti), i funzionari statali e gli uomini del business, i quadri del partito e gli artefici del miracolo capitalista, gli editori e i librai. E da qualche settimana è già polemica, da quando si è capito che le grandi meraviglie della letteratura cinese riscoperta dall’Europa nascondo anche le storie di repressione e censura. Boos lo sapeva e in qualche modo ha giocato questa scommessa per dare lustro a un’edizione che quest’anno festeggia un numero tondo: sessant’anni. «Sappiamo benissimo che in Cina c’è un sistema totalitario che fa largo uso della censura», dice Boos, «eppure nei prossimi cinque giorni avremo modo di conoscere le mille sfaccettature di questo paese. Ci saranno gli incontri organizzati dalla controparte cinese, ma anche molti appuntamenti con i dissidenti e con letterati non allineati organizzati dalle case editrici europee e da molte istituzioni libere. Saranno presenti le organizzazioni non governative che lottano per la democratizzazione in Cina e il Dalai Lama, i rappresentanti del Falugong e degli iguri perseguitati dal regime e tanti lettori tedeschi ed europei che potranno farsi una loro idea di come vanno le cose in quel paese».

Si temono anche manifestazioni e proteste. «Tutti potranno dire la loro», assicura Boos, «l’unico limite è rappresentato dalla costituzione della Repubblica federale tedesca». Il direttore sottolinea come la fiera non sia mai stata un appuntamento politico ma sempre un luogo di incontro e di riflessione, un teatro di discussione sul quale le opinioni si sono confrontate e scontrate e magari un po’ avvicinate. «Spero che accadrà anche questa volta, che le presentazioni ufficiali possano colloquiare con quelle inufficiali, che gli spazi della fiera divengano un luogo di conoscenza reciproca. Non possiamo sapere se questo accadrà. ma almeno il pubblico avrà occasione di sentire tutti e di farsi una opinione personale e non filtrata».

Questa, secondo il suo direttore, è la tradizione della fiera di Francoforte. E la Cina è stata da lungo tempo corteggiata dagli organizzatori. Fino a cinque anni fa, ogni tentativo si è infranto contro una sorta di grande muraglia. Ma dal 2004 i rapporti si sono intensificati e le autorità cinesi hanno dimostrato una maggiore disponibilità a discutere e ad accettare osservazioni critiche. Quello che alla metà di questo decennio appariva ancora impossibile, oggi è accaduto e Boos spera che la conoscenza e la frequentazione su un palcoscenico franco ma non pregiudiziale come Francoforte possa far avanzare una sorta di distensione, almeno in campo letterario.

Ma che le cose possano anche andare diversamente lo dimostra la brusca reazione dell’ambasciatore cinese in Germania un mese fa, durante il Simposio che ha di fatto aperto la stagione fieristica: «Non siamo venuti qui per farci dare lezioni di democrazia», ha detto piccato in faccia allo stesso Broos, «questi tempi sono ormai passati». Quali tempi siano arrivati, ce lo spiegheranno proprio i giorni della fiera e le decine di appuntamenti incrociati.

La Cina si mostrerà attraverso due piattaforme, quella ufficiale gestita dallo Stato della Repubblica popolare e quella delle Ong: da un lato lo spazio legale di un paese divenuto ormai centrale negli equilibri internazionali, dall’altro lo spazio reale di una società alla ricerca di spazi di libertà che sarebbero la naturale conseguenza degli sviluppi in campo economico, ma che il regime ostinatamente rifiuta. Quanto queste realtà riusciranno a dialogare, a discutere e a comprendersi è tutto da vedere. Nel frattempo, finiscono sul taccuino i nomi dei dissidenti cui il governo non ha concesso il visto di viaggio in Germania. Come Liao Yiwu, autore di “Massacro”, il romanzo del 1989 sulla repressione di piazza Tienanmen che gli è costato quattro anni di prigione. Avvicinamento attraverso il dialogo è il motto di Francoforte, la Cina è la sfida di questa sessantesima edizione. Da oggi capiremo un po’ di più cosa si nasconde sotto il comunismo capitalista di regime di Pechino.

Altri centrodestra/1. Angela Merkel

Lipsia, 9 ottobre 2009: Bundespräsident und Bundeskanzlerin (fotowalkingclass)

Una compagna, nel senso politico del termine, Angela Merkel lo è stata per davvero. Erano gli anni della Ddr e della frequentazione al corso di fisica dell’università di Lipsia. La camicia azzurra della Freie Deutsche Jugend (Fdj), l’organizzazione giovanile del partito comunista, doveva probabilmente andarle stretta e tuttavia, assieme a tutta la paccottiglia d’ordinanza – stemmi, gagliardetti, fazzoletti, bandiere rosse, insomma i gadget del tempo – ha rappresentato un pezzo della sua vita, fino alla caduta del Muro. Aveva ancora il nome da ragazza, si chiamava Angela Kasner, entrò nella Fdj perché era impossibile farne a meno: l’organizzazione permeava l’intera vita degli studenti universitari, chi si rifiutava veniva sbattuto fuori dagli atenei. «Durante gli studi sono stata una volta addetta culturale della Fdj e mi sono occupata dell’ordinazione dei biglietti del teatro», ha raccontato nel 1991 alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Non esattamente un ruolo di primo piano. E tuttavia, chi è abituato a tagliare le biografie o le idee altrui con l’accetta potrebbe maliziosamente far risalire a quei tempi la sua naturale tendenza a privilegiare gli aspetti sociali nell’azione politica.

Sulla scena conservatrice europea s’è affacciata da qualche anno un’enigmatica signora che la stampa internazionale fa ancora fatica a catalogare. È una donna e tutti le usano la galanteria appresa quando ancora insegnavano le buone maniere. Ma lei non fa nulla per sottolineare la sua femminilità, né quando si veste, né quando si muove e neppure quando mette mano ai progetti di governo. Hanno atteso per anni che si rivelasse una lady di ferro, riesumando fuori tempo massimo i fasti di Margaret Thatcher, e probabilmente attenderanno ancora a lungo, anche adesso che quelle illusioni si riaccendono per l’ingresso dei liberali nell’esecutivo. È considerata fra i politici più influenti del mondo e, un anno sì e un anno no, addirittura la più influente, eppure fa fatica a tenere sotto controllo l’irrequieta nomenclatura del suo partito che continua a considerarla un corpo estraneo.

Se si fa un salto in libreria, anche qui in Germania, salta agli occhi la sproporzione fra le pubblicazioni che raccontano le biografie dei cancellieri. Gli scaffali sono pieni delle storie e degli scritti di Helmut Schmidt, che sta conoscendo in tarda età un destino di guru della patria, di Gerhard Schröder, anche se qui bisogna ammettere che prevalgono i patinati libri fotografici che ne evidenziano gli aspetti da piacione, e ovviamente di Konrad Adenauer e Willy Brandt, tornati all’attenzione del pubblico in concomitanza dell’anniversario di fondazione della Bundesrepublik. Alla Merkel sembra per ora toccare il destino di Helmut Kohl, rimasto solo con le sue poderose memorie raccolte in due tomi, nonostante la ricorrenza dei vent’anni dalla caduta del Muro. Qualcosa è uscito in questi mesi, durante la campagna elettorale, ma al momento la migliore biografia in tedesco resta quella del politologo Gerd Langguth, pubblicata nel 2005 e aggiornata nel 2007 dopo due anni di Grosse Koalition. E anche in Italia si sono dovute attendere le elezioni di quest’anno per poter leggere il lavoro di Veronica De Romanis, Il metodo Merkel, appena dato alle stampe da Marsilio.

Ma non è tanto una questione di disattenzione. È che il personaggio piace, affascina, ma è difficile da afferrare. E da trasferire nero su bianco sulle pagine di un libro. Se si cercano somiglianze con i politici italiani – che è sempre un esercizio un po’ forzato – la Merkel non assomiglia a nessuno dei leader del centrodestra attuale. Non a Silvio Berlusconi, e questo pare abbastanza evidente. Ma neppure a Gianfranco Fini, nonostante una comune pacatezza dei toni e una simile tendenza ad andare incontro alle opinioni altrui. Per essere onesti, e dirla tutta, Angela Merkel assomiglia semmai a Romano Prodi. A parte la stessa origine democratico-cristiana, la cancelliera ha affinato un’arte tutta particolare della melina. Attorno scoppia il finimondo e lei non si scompone neppure un po’. Non si agita. Non replica. Non controbatte. Anzi, dà l’impressione di essere un’ottima incassatrice, ma è proprio in quel momento che, con straordinario calcolo scientifico (è una fisica, non dimenticatelo) prepara la mossa che prenderà tutti in contropiede e le permetterà di raggiungere ogni tipo di compromesso che possa tornare a suo vantaggio. Guardando ai risultati, tuttavia, la similitudine con Prodi si ferma al carattere.

Sebbene non sia amata dalla vecchia nomenclatura della Cdu, in un decennio la Merkel ha trasformato il partito. L’ha raccolto nel 2000 al punto più basso della sua storia, travolto dallo scandalo dei fondi neri che aveva chiuso la lunga e gloriosa carriera di Helmut Kohl, e lo ha lentamente modificato. Ha relegato i suoi oppositori nei rispettivi confini regionali e ha fatto in modo che il loro potere locale dipendesse in fondo dall’immagine nazionale del partito. Molti di loro sono presidenti di Länder e vincono perché la la Cdu è tornata ad essere un partito affidabile. Grazie a lei. Gli elettori in Assia, Baden-Württemberg, Nord Renania-Vestfalia, Bassa Sassonia guardano Koch, Oettinger, Rüttgers e Wulff, i leader locali, e vedono la Merkel. Che nel frattempo, a Berlino, ha riempito il partito di giovani leve provenienti dalla fondazione Adenauer, con il compito di svecchiare le idee e modernizzare l’arsenale culturale, facendo rizzare i capelli alla vecchia guardia rimasta a presidiare la sontuosa sede di Bonn.

La Cdu non è più il partito del vecchio conservatorismo, anche se questa componente è ancora presente. È aperta all’immigrazione, non teme una società multietnica, ha trovato il giusto equilibrio fra le pretese degli imprenditori e le richieste dei lavoratori, ha fatto breccia nei sindacati da sempre appannaggio dell’Spd, ha sdoganato il ruolo della donna nella società mettendo fine alla tradizione tedesca delle tre K, Kinder, Küche e Kirche, bambini, casa e chiesa. D’altronde, quale migliore esempio di quello della stessa Angela Merkel, protestante, sposata e poi separata, senza figli, totalmente dedita al lavoro?

E poi la svolta ambientalista, l’impegno per la lotta contro i cambiamenti climatici, l’attenzione per l’energia rinnovabile, fino al via libera dato al sindaco di Amburgo per formare un governo assieme ai verdi. Chi l’avrebbe mai detto dieci anni prima? La cancelliera è un politico pragmatico, dotata di metodo scientifico. Non ha in testa un modello di società da costruire e realizzare, cosa che ogni tanto le viene rimproverato. Ma l’esperienza nella Ddr l’ha vaccinata da questo virus: lì si pretendeva di costruire l’uomo nuovo e si realizzava la schiavitù dei cittadini e i privilegi per gli apparati. Secondo lei la società è quella che è e non quella che si vorrebbe, con le sue gioie e i suoi dolori, con milioni di individui che hanno aspirazioni e bisogni diversi e difficilmente amalgamabili. Di questo bisogna occuparsi. E le soluzioni sono diverse, flessibili, non si fanno irrigidire in un preciso schema ideologico. La politica deve risolvere questi problemi. Li deve analizzare, vivisezionare, capire, ordinare. E poi affrontare. Come in un laboratorio scientifico.

E la politica è compromesso, l’arte del possibile, in quel dato momento e in quella data condizione. Si possono fare alcune cose, se si deve governare con la sinistra, altre, se al fianco ci sono i liberali. Con tutti si può trovare un comune denominatore, non ci sono scuse per dilazionare gli interventi. Questa duttilità, unita a una straordinaria determinazione, l’ha portata ad essere apprezzata non solo dai politici degli altri partiti ma anche da tanti cittadini che quattro anni fa non l’avevano votata. E questa volta invece sì.

Dietro il carattere apparentemente condiscendente c’è una vera e propria strategia politica che ha prosciugato, sul lato moderato, l’acqua in cui nuotavano i socialdemocratici dell’era Schröder. Die Neue Mitte - il nuovo centro - la versione continentale del labourismo blairiano, aveva riportato l’Spd al centro della scena politica. Lei ha eroso quella posizione, scavando giorno dopo giorno la trappola dentro la quale è finita l’Spd. L’ha costretta a scivolare a sinistra, dove ha cozzato contro il massimalismo della Linke. Così facendo s’è persa qualche voto a destra, ma quattro anni dopo si è presa la rivincita centrando l’obiettivo elettorale di formare una coalizione organica di centrodestra con i liberali.

Non ha tradito la storia del suo partito, l’ha semplicemente adeguata ai tempi, recuperando il passo di una società che a cavallo dei due secoli ha visto trasformarsi in classe dirigente la generazione del Sessantotto e ha visto dispiegarsi in tutta la sua potenza la rivoluzione digitale. E che nella sua marcia verso la modernità s’è riscoperta de-ideologizzata. Fosse rimasta ancorata alle tre K, ai bambini, alla cucina e alla chiesa, la Merkel avrebbe condannato se stessa e la Cdu a una perenne marginalità. Invece ha percorso strade nuove, sentieri inesplorati, si è fatta contaminare da idee inedite. E vi ha trascinato il partito, a volte per i capelli, rintuzzando gli oppositori, obbligandoli all’angolo con un gelido cinismo che è l’altra faccia di questa donna che ha scalato da outsider tutti i gradini della politica. Outsider e solitaria. Slegata da vincoli di cordata, lei che veniva dall’est mentre il cuore del partito aveva sempre battuto ad ovest.

La cancelliera è diventata l’interprete riconosciuta di questa fase della storia tedesca, l’icona vincente di questo paese. La Germania è un paese che si tiene. È attraversata, come tutte le società moderne, da tensioni e frammentazioni, eppure poggia su una base di consenso solidale che ne preserva la stabilità sociale. La stella polare resta l’economia sociale di mercato, che ha conosciuto una sua rivincita in questi mesi di tempesta finanziaria. È soprattutto un paese che si governa dal centro, puntando al centro. Con equilibrio e moderazione. Con rispetto degli avversari e con grande attenzione alle competenze. Ci ricordiamo di studiarla solo quando arrivano le elezioni. Eppure, almeno in Europa, rappresenta un modello al quale si potrebbe guardare più spesso, magari per provare a ricostruire una politica gentile, lontana dagli slogan, più concreta e in fondo più utile ai cittadini.

Pubblicato sul Secolo d'Italia dell'11 ottobre 2009.

venerdì, ottobre 09, 2009

Il secolo finisce a Lipsia


La sera che cambia i destini della Germania ha l’odore aspro di un ottobre sassone. È l’odore della paura, della tensione, della speranza. Un odore che non vedi ma respiri a pieni polmoni. Freddo e umido, penetra nelle ossa, manda in fibrillazione il sistema nervoso. S’impregna dei fumi aspri delle stufe a carbone e delle fabbriche chimiche che da anni rendono l’aria di Lipsia asfissiante. Si alimenta del fiato caldo di settantamila cittadini che sentono arrivare il momento decisivo [continua su Il Riformista].

E' il mio esordio sul Riformista.

Il balcone di Genscher

Il balcone è sempre là, appiccicato alla facciata di palazzo Lobkowitz. Dal 1972, anno in cui Bonn e Praga ristabilirono i rapporti diplomatici, è la sede dell’ambasciata tedesca nella capitale ceca. Prima della sola Germania ovest, dal 1990 della Germania riunificata. Ma sebbene il palazzo in stile barocco sia bellissimo, posizionato nella cornice silenziosa di uno dei luoghi più magici della Mitteleuropa, il quartiere di Mala Strana, l’attrattiva principale è rappresentata da quei cinque metri quadrati di pietra sostenuti dalle due colonne che troneggiano accanto al pesante portone di legno d’entrata. Lo chiamano il balcone di Genscher. Lissù, esattamente vent’anni fa, l’allora ministro degli Esteri tedesco-occidentale provò a dire alle migliaia di cittadini tedesco-orientali assiepati da giorni nel giardino dell’ambasciata che erano liberi. Che la Ddr aveva ceduto e accettato di farli transitare verso la Germania ovest. Verso la libertà [continua su Ff Web Magazine].

giovedì, ottobre 08, 2009

Herta Müller vince il Nobel per la letteratura

Nel ventennale della caduta del Muro, il Nobel per la letteratura viene assegnato a Herta Müller, scrittrice nata nella regione rumena del Banato, dove è presente una robusta minoranza germanofona. La sua attività intellettuale ha sempre dovuto confrontarsi con la censura dell'era Ceausescu, la sua vita ostacolata dalla pressione della Securitate, il servizio di sicurezza rumeno, con il quale rifiutò di collaborare. Riparò con l'ex marito, lo scrittore Richard Wagner, in Germania nel 1987, due anni prima i grandi rivolgimenti che squassarono il blocco orientale. Nel 2005 ottenne una cattedra alla Freie Universität di Berlino, città nella quale vive tuttora. Quest'anno, il suo ultimo romanzo "Atemschaukel" pubblicato dalla Hanser Verlage è entrato nella sestina finale del prestigioso Deutscher Buchpreis. In Italia il suo "Il paese dalle prugne verdi" è stato pubblicato dalla piccola casa editrice Keller. Qui una più estesa biografia da Wikipedia in tedesco.

mercoledì, ottobre 07, 2009

Dann sind wir Helden nur diesen Tag

Leggete e diffondete